Introduzione
L’accampamento si estendeva sulla sponda settentrionale dello
Jaale, il lungo fiume che attraversa buona parte delle terre del nord per poi
sfociare nel mare burrascoso. Il lungo serpentone si snodava praticamente a
ridosso delle conifere di Icewood, a due giorni di marcia dalla grande fortezza
di Solenad e a poco più di una settimana dai monti della Luna.
Le forze di Herbert I, principe di Sventhal non avevano
incontrato grosse difficoltà prima di attraversare il famoso ponte di pietra di
Orrik e a parte il clima rigido nessun pericolo sembrava fermarli nella loro
costante avanzata. C’era una sensazione di strana soddisfazione negli alti
ranghi dell’esercito ma allo stesso tempo una cauta attesa, prima o poi il
Custode del Nord avrebbe mandato qualcuno ad affrontarli, non se ne sarebbe
stato con le mani in mano mentre degli stranieri invadevano le sue terre.
Dopotutto aveva rifiutato il trattato di sottomissione che molti altri Custodi
avevano già accettato, contravvenendo così ai principi etici e morali del loro
ruolo.
Ci si aspettava uno scontro imminente, un primo contatto che
avrebbe rilasciato la tensione fin qui accumulata dall’intero esercito.
Anche quella giornata, comunque, passò lenta e fredda come
tutte le altre, anzi, più si avvicinavano a Solenad e più le truppe pativano
quelle rigide temperature, nonostante i pesanti abiti e le pellicce. I venti
gelidi che sferzavano la pelle riuscivano a penetrare sin dentro le ossa
facendo battere i denti anche agli uomini più duri.
Nel loro incedere avevano incontrato solo pochi villaggi e
qualche sperduta fattoria, sempre distanti dalla strada principale, e le
pattuglie mandate a fare rapporto portavano solo notizie di desolazione e
recente abbandono. Sembravano essere tutti scomparsi lasciando i loro averi e
le loro vite sapendo dell’arrivo delle truppe di Herbert.
In compenso un nutrito branco di lupi seguiva la grande
armata da qualche giorno oramai come pure alcuni stormi di corvi in cerca di
cibo.
Il nord è un ambiente ostile e crudele non adatto alle calde
e frivole abitudini delle terre centrali, questo gli uomini provenienti da
Lyron e Anfard lo stavano sperimentando in maniera diretta e violenta. Molti
nervi cedettero alla tensione ed alcuni di loro gemevano come infanti durante
la notte per il dolore provocato dai geloni che colpivano le estremità dei loro
corpi intirizziti.
Così tra i soldati nacquero voci
e malumori, alcuni figli di leggende e miti tramandati dal passato, altri solo
frutto di una fervida immaginazione o dello stress accumulato. Ve ne erano di
tutti i tipi: dai canti delle donne albine che ammaliavano chiunque le
ascoltasse facendolo poi scomparire durante le bufere di neve, alle caverne di
ghiaccio dove strani cristalli riflettevano l’anima di chi li guardava, dai giganti
che si diceva abitassero i Monti della Luna, ai lupi di giada che si
troverebbero nei più remoti spazi oltre gli stessi.
Verità o meno queste discussioni
animavano le serate dei soldati intenti a fare bisboccia e stare uniti per
riscaldarsi. Ogni notte che passava una crescente e silente tensione strideva
sui loro animi, qualcosa che non sapevano spiegarsi e che li teneva in costante
ansia in quei luoghi così desolati e riscaldati appena dal tepore del sole.
Capitolo 1 - Il bardo
Due guardie presidiavano pigramente l’appostamento ai
margini della foresta, lancia in pugno guardavano gli oscuri varchi che si
formavano tra gli alberi cangiando ad ogni sguardo. Ognuno di essi sembrava
nascondere un pericolo imminente, un nemico pronto ad assalire, ciò instillava
nei due uomini una profonda paura.
La musica giunse alle
loro orecchie nitidamente. All’inizio fu un tenue motivo che rimbalzava tra i
rami ed i tronchi catturando l’attenzione, poi divenne una sinfonia che inebriò i loro sensi, come se degli
aghi di ghiaccio scivolassero sulla pelle accarezzandola. Immobili ed estasiate
le guardie indagarono scrutando le ombre in cerca della fonte di quel
bellissimo motivo.
Non erano allarmati ma incuriositi. Si mossero in silenzio,
fin dentro al bosco, assorti scrutarono con attenzione sino a scorgere, qualche
decina di metri più avanti, una sagoma immobile tra gli alberi. La figura
incappucciata li fissava nelle tenebre di quella notte tenendo un candido
flauto sulle labbra mentre una lunga ciocca di capelli argentei scendeva sullo
scuro mantello.
Costui proseguì a suonare con eleganza e delicatezza il
sottile strumento. La mente degli uomini galleggiava in un’estasi di sensazioni
ed ogni fibra del loro corpo rispondeva al suono di quelle limpide note che
lambivano i confini della pace eterna.
La figura misteriosa si voltò dando le spalle ai soldati ed
incamminandosi nei meandri più bui della foresta. Loro, non potendo fare a meno
di ascoltare quella melodia che li chiamava con sempre più veemenza, lo
seguirono abbandonando le armi a terra. Si addentrarono fino ad allontanarsi di
quasi un chilometro dall’accampamento, qui, si fermarono mentre l’individuo li
scrutava con i suoi densi occhi verdi appoggiato languidamente ad un pino.
Di lì a poco il gruppo di lupi, che si teneva a distanza
dalla grande armata in attesa dell’occasione propizia, balzò fuori dalla
vegetazione con decine di occhi famelici che annusarono i due uomini in piedi
ed indifesi. Era un banchetto che attendevano da molti giorni.
L’uomo suonò e i lupi cenarono.
Le prede non emisero un lamento, un gemito, mentre le loro
carni venivano dilaniate e strappate
dalle loro ossa. Spruzzi di sangue macchiarono il bianco tappeto di
neve, viscere ed arti furono sparpagliati come giocattoli tra le mani di un bambino.
La musica li narcotizzò, un piccolo dono che non avrebbero
compreso o forse solo un modo per far si che le loro urla non giungessero ai
loro compagni.
Infine la medesima cessò e l’uomo tornò da dove era venuto.
La notte era appena iniziata ed era ora che i suoi nemici iniziassero a temere
le leggende che si narravano sulle terre del nord.