mercoledì 23 maggio 2012

Le cronache senza nome - Introduzione e Primo capitolo


Introduzione
  
L’accampamento si estendeva sulla sponda settentrionale dello Jaale, il lungo fiume che attraversa buona parte delle terre del nord per poi sfociare nel mare burrascoso. Il lungo serpentone si snodava praticamente a ridosso delle conifere di Icewood, a due giorni di marcia dalla grande fortezza di Solenad e a poco più di una settimana dai monti della Luna.
Le forze di Herbert I, principe di Sventhal non avevano incontrato grosse difficoltà prima di attraversare il famoso ponte di pietra di Orrik e a parte il clima rigido nessun pericolo sembrava fermarli nella loro costante avanzata. C’era una sensazione di strana soddisfazione negli alti ranghi dell’esercito ma allo stesso tempo una cauta attesa, prima o poi il Custode del Nord avrebbe mandato qualcuno ad affrontarli, non se ne sarebbe stato con le mani in mano mentre degli stranieri invadevano le sue terre. Dopotutto aveva rifiutato il trattato di sottomissione che molti altri Custodi avevano già accettato, contravvenendo così ai principi etici e morali del loro ruolo.
Ci si aspettava uno scontro imminente, un primo contatto che avrebbe rilasciato la tensione fin qui accumulata dall’intero esercito.
Anche quella giornata, comunque, passò lenta e fredda come tutte le altre, anzi, più si avvicinavano a Solenad e più le truppe pativano quelle rigide temperature, nonostante i pesanti abiti e le pellicce. I venti gelidi che sferzavano la pelle riuscivano a penetrare sin dentro le ossa facendo battere i denti anche agli uomini più duri.
Nel loro incedere avevano incontrato solo pochi villaggi e qualche sperduta fattoria, sempre distanti dalla strada principale, e le pattuglie mandate a fare rapporto portavano solo notizie di desolazione e recente abbandono. Sembravano essere tutti scomparsi lasciando i loro averi e le loro vite sapendo dell’arrivo delle truppe di Herbert.
In compenso un nutrito branco di lupi seguiva la grande armata da qualche giorno oramai come pure alcuni stormi di corvi in cerca di cibo.
Il nord è un ambiente ostile e crudele non adatto alle calde e frivole abitudini delle terre centrali, questo gli uomini provenienti da Lyron e Anfard lo stavano sperimentando in maniera diretta e violenta. Molti nervi cedettero alla tensione ed alcuni di loro gemevano come infanti durante la notte per il dolore provocato dai geloni che colpivano le estremità dei loro corpi intirizziti.
Così tra i soldati nacquero voci e malumori, alcuni figli di leggende e miti tramandati dal passato, altri solo frutto di una fervida immaginazione o dello stress accumulato. Ve ne erano di tutti i tipi: dai canti delle donne albine che ammaliavano chiunque le ascoltasse facendolo poi scomparire durante le bufere di neve, alle caverne di ghiaccio dove strani cristalli riflettevano l’anima di chi li guardava, dai giganti che si diceva abitassero i Monti della Luna, ai lupi di giada che si troverebbero nei più remoti spazi oltre gli stessi.
Verità o meno queste discussioni animavano le serate dei soldati intenti a fare bisboccia e stare uniti per riscaldarsi. Ogni notte che passava una crescente e silente tensione strideva sui loro animi, qualcosa che non sapevano spiegarsi e che li teneva in costante ansia in quei luoghi così desolati e riscaldati appena dal tepore del sole.




Capitolo 1 - Il bardo

Due guardie presidiavano pigramente l’appostamento ai margini della foresta, lancia in pugno guardavano gli oscuri varchi che si formavano tra gli alberi cangiando ad ogni sguardo. Ognuno di essi sembrava nascondere un pericolo imminente, un nemico pronto ad assalire, ciò instillava nei due uomini una profonda paura.
La musica giunse alle loro orecchie nitidamente. All’inizio fu un tenue motivo che rimbalzava tra i rami ed i tronchi catturando l’attenzione, poi divenne una sinfonia che inebriò i loro sensi, come se degli aghi di ghiaccio scivolassero sulla pelle accarezzandola. Immobili ed estasiate le guardie indagarono scrutando le ombre in cerca della fonte di quel bellissimo motivo.
Non erano allarmati ma incuriositi. Si mossero in silenzio, fin dentro al bosco, assorti scrutarono con attenzione sino a scorgere, qualche decina di metri più avanti, una sagoma immobile tra gli alberi. La figura incappucciata li fissava nelle tenebre di quella notte tenendo un candido flauto sulle labbra mentre una lunga ciocca di capelli argentei scendeva sullo scuro mantello.
Costui proseguì a suonare con eleganza e delicatezza il sottile strumento. La mente degli uomini galleggiava in un’estasi di sensazioni ed ogni fibra del loro corpo rispondeva al suono di quelle limpide note che lambivano i confini della pace eterna.
La figura misteriosa si voltò dando le spalle ai soldati ed incamminandosi nei meandri più bui della foresta. Loro, non potendo fare a meno di ascoltare quella melodia che li chiamava con sempre più veemenza, lo seguirono abbandonando le armi a terra. Si addentrarono fino ad allontanarsi di quasi un chilometro dall’accampamento, qui, si fermarono mentre l’individuo li scrutava con i suoi densi occhi verdi appoggiato languidamente ad un pino.
Di lì a poco il gruppo di lupi, che si teneva a distanza dalla grande armata in attesa dell’occasione propizia, balzò fuori dalla vegetazione con decine di occhi famelici che annusarono i due uomini in piedi ed indifesi. Era un banchetto che attendevano da molti giorni.
L’uomo suonò e i lupi cenarono.
Le prede non emisero un lamento, un gemito, mentre le loro carni venivano dilaniate e strappate  dalle loro ossa. Spruzzi di sangue macchiarono il bianco tappeto di neve, viscere ed arti furono sparpagliati come giocattoli tra le mani di  un bambino.
La musica li narcotizzò, un piccolo dono che non avrebbero compreso o forse solo un modo per far si che le loro urla non giungessero ai loro compagni.
Infine la medesima cessò e l’uomo tornò da dove era venuto. La notte era appena iniziata ed era ora che i suoi nemici iniziassero a temere le leggende che si narravano sulle terre del nord. 

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